Bio

Vivo e lavoro a Firenze. Mi sono laureata in Filosofia e Storia all’Università di Firenze e ho lavorato per case editrici, tra cui Vallecchi e Giunti, o per riviste specializzate, ho scritto di storia europea e di storia del femminismo. Quel background culturale ha costituito il fondamento di una continua e ininterrotta ricerca sull’arte di cui è esemplare un saggio pubblicato da “Storia e Futuro” sulla storia del corpo nelle sue rappresentazioni. Senza di ciò è difficile spiegare il mio rapporto con la pittura che lega una conoscenza approfondita delle culture, con la creatività che deriva dalla fusione con le immagini scaturite dall’io profondo, se si vuole dalla fantasia, dalla fascinazione di poter osservare e sentirmi attratta da qualcosa d’altro, la mia lettura di  ciò che viene definito arte e che, tralasciando qui teorie tesi e giudizi estetici, mi ha sempre accompagnato. Non mi bastava e non mi sono abbandonata al naif o all’improvvisazione.

Ho cercato confronti con artisti a Firenze, a Roma, a Parigi, vissuta per molti anni e sempre ampiamente “frugata”, nei musei certamente, ma ancor più nelle strade e nelle mostre di strada per il colloquio e il confronto con le forme di chi ricercava come me la sua via. Non bastava ancora e allora, nel 1998 ho iniziato a frequentare corsi di disegno in uno studio privato. Dal 2010 ho seguito i corsi di arti figurative in particolare tecnica del disegno e dell’acquerello presso il Circolo dell’Università di Firenze e dal 2015 seguo con passione le lezioni e gli insegnamenti presso Studio17, un atelier dove Beatrice Barni, scultrice e pittrice, elabora e segue ciò che dalla mia immagine viene poi evocato sulla tela.

Intanto, via via ho cercato il giudizio, non per appagarmi ma per trarre consiglio e stimolo. Per questo ho esposto in mostre collettive presso varie Istituzioni come il Circolo degli artisti e ho partecipato a premi di pittura, risultando tra i finalisti del premio Arte 2002, e In ricordo di Matilde Luchini. Per questo ho tenuto, nel 2003 una personale “Monologhi” presso la Galleria d’arte FYR Arte Contemporanea, Firenze; nel 2008 una personale presso Villa Barberino a Cavriglia, nel 2010 una personale presso DHAI Studio Atelier, Firenze. E cerco ancora per trovare, come mi auguro possa avvenire aprendo questo dialogo sul Web.

NEI MIEI QUADRI E NELLA MIA ARTE

DIPINGERE …

“Ecco, il mese di Posidone

comincia; e gonfiano d’acqua

le nubi e cupamente

le impetuose bufere rombano”

Anacreonte, Inverno

Perché dipingi?

Tutto è comunicazione. È difficile sfuggire a questo ritornello ossessivo per coloro che pensano di vivere su un palcoscenico. Ma, se è così, viene da chiedere: tu impersoni chi? Senza rispondere, tutti rincorrono un riconoscimento, i famosi 15 minuti di notorietà: “Eccomi guardatemi, mi devo in qualche modo mostrare, per ottenere attenzione dagli altri”. È il grande gioco dell’apparenza e non importa cosa nasconde quella porta segreta, se il premio è il successo. Sei sul podio più alto. Certo occorrono molte doti: ambizione, narcisismo, sicurezza, muoversi nella società, e fortuna, virtù e fortuna faranno di te una vincente?

E CHI NON VUOLE STARE AL GIOCO?

Che dire? So bene che, in fondo, qualsiasi forma artistica è mostrarsi, è un linguaggio in cui forme, colori, oggetti, volti costituiscono le parole. Ci sono infinite teorie su cosa sia l’arte, si possono studiare, apprezzare, e avere una conoscenza approfondita della storia dell’arte, ma la risposta va cercata altrove.

La tela bianca, un cavalletto, i colori che si scelgono, la sapienza con cui si costruiscono i toni, i volumi, il gesto della mano che delinea un soggetto. Sono sola. Mi accorgo che in un certo momento, scompare ciò che mi circonda, molti lo chiamano processo creativo, per me è una scoperta. Creare può essere difficile, anzi forse anche pretestuoso. Per altri è lavoro, un particolare tipo di lavoro che richiede concentrazione, dedizione, affinamento, qualcosa  che ha uno scopo altrove.

Per me è un segreto. Io posso raccontare della gioia di vedere i colori: il richiamo dei loro nomi, rosso cadmio, rosso magenta, rosso vermiglione, o i blu, l’azzurro chiaro, l’indaco profondo e avvolgente, scuro come una notte di attesa, il blu oltremare, il richiamo di lontane strade da Oriente, Outremer, viste o non viste – non importa. E ancora i gialli trasparenti, il verde così difficile, comprimario colore, e le terre: ocre chiare e scure, terre di Siena, terra bruciata, coprenti. Il bianco di titanio quello di zinco. Ma c’è anche altro: non sto facendo un catalogo, non è questo il modo di raccontarmi.

Devo rivelare a me stessa e allora, alla domanda “perché dipingi”, rispondo “perché mi piace”. Troppo semplice? Elementare? Volete di più? Potrei rispondere:  per esprimere una forte esigenza espressiva, per rappresentare il mio mondo, per far conoscere i miei lavori, trovare almeno i 26 proverbiali “lettori”, per altri validissimi motivi.

Ma il fatto è quello. Perché negarlo? Mi piace pitturare. A Georgia O’Keeffe fu chiesto come mai rappresentava fiori.  Si sa come nella storia, le artiste in genere abbiano avuto tematiche ricorrenti, il grazioso, il carino, il fiore. Ma la pittura di O’Keeffe non era fragile, non era leziosa, i suoi fiori così carnali, esprimevano forza, un altro modo di osservare.

Così ogni cosa può essere rappresentata, ma varia la sua visione. Le mie immagini alludono ad un significato che io rivelo a me stessa al compiersi della tela. A volte lo sguardo è contemplativo, a volte si allontana dall’oggetto rappresentato, poi torna perché lì dentro, in quella tela, c’è il dentro di me. Rothko sintetizzò nelle sue tele la grandezza e la bellezza della pittura, si aprivano visioni, i colori riflettevano ciò che ognuno osservava: notti sospese, tramonti con un sole arancio, il silenzio nero della solitudine, in fondo il suo io. E se dipingessi per anni lo stesso mare, una sorta di ossessione alla Cezanne, sarebbe sempre diverso, perché mi riporta al ricordo e il ricordo sfuma dentro di me. È cosa che non ha dimensione di tempo né può arretrare di fronte al presente. Ma poi quel ricordo ha spesso un volto. È un luogo preciso, il Golfo dei poeti, nome curioso, dovuto alla scoperta nell’800 di queste insenature, villaggi arroccati da parte di lontani romantici. È Il mio luogo, il  mito che rincorro, come alzare le vele e salpare, dipingere è anche un viaggio per mare, salpare da quel luogo, dove comincia il ricordo.